mercoledì 19 febbraio 2020

SCRITTURA CREATIVA CLINICA





Curarsi con la scrittura
 
La SCRITTURA CREATIVA CLINICA nasce dall'incontro personale e professionale tra Giusy Rosamondo e Damiano Laterza. Lei Psicologa Psicoterapeuta e lui Scrittore Giornalista. Da quasi 25 anni insieme e tanta esperienza professionale e di vita all'attivo.

I due contesti professionali si sono intrecciati creando qualcosa di sperimentale e innovativo, in cui le competenze di ognuno hanno dato libero sfogo alla riflessione e reinterpretazione di pratiche già consolidate. All'inizio un gioco affascinante e stimolante, poi un’esperienza clinica che diventa prodotto estetico.

Ma vediamo cos'è la SCRITTURA CREATIVA CLINICA.
In estrema sintesi potremmo descriverla come: SCRIVI LA STORIA DELLA TUA VITA E PUBBLICALA.
Fin qui, niente di così nuovo. Ma la novità consiste nel processo oltreché nel risultato.
Si utilizzerà la competenza di una psicoterapeuta che scaverà nei meandri della psiche per trovare nessi nuovi ad una storia che è sempre la stessa. Una ridefinizione ulteriore, in cui ci si riappacifica con i mostri del passato. Il tutto verrà inserito in un vero e proprio laboratorio di scrittura per dare alla propria storia una cornice stilistica e creativa che ne permetteranno la pubblicazione.
Quindi una psicoterapia che produce un risultato visibile e condivisibile e che dona prestigio alla propria vita, qualsiasi essa sia. Perché ogni storia porta dietro emozioni ed esperienze universali che trovano nella fruizione dell’altro un suo senso peculiare e relazionale.

Ma entriamo nello specifico per capire ancora meglio cos’è questa SCRITTURA CREATIVA CLINICA.
E’ un procedimento terapeutico che mira a ristrutturare l’identità del singolo (o del sistema di riferimento) attraverso la ricostruzione creativa della propria storia. Questo avviene secondo un percorso a fasi che prevede l’utilizzo degli strumenti di scrittura professionale e di una psicoterapia orientata in senso relazionale.

Il culmine di tale processo che definiremmo digitale (in quanto narrativo) è una rappresentazione analogica (simbolica) che crea un giusto continuum tra forme di espressione, verbale e non verbale. Quindi, siamo su due livelli di comunicazione – esplicito e implicito – che interagiscono per arrivare a una più piena consapevolezza di sé.
In poche parole il cliente, al termine dell’esperienza, potrà realizzare un prodotto estetico da condividere, la pubblicazione del libro, affinché il processo sveli un significato che non è solamente intrapsichico, ma anche e soprattutto relazionale.
Ovviamente, a seconda delle inclinazioni dei pazienti, si sceglierà di personalizzare un idoneo programma di intervento, cucendo su misura un intervento che miri a tirar fuori le risorse residue da reinvestire nella narrazione.
Una nuova narrazione del proprio vissuto ha lo scopo di dare senso laddove gli eventi si sono confusi nel ricordo e lasciano emozioni ambigue e dolorose. Fare chiarezza, ristrutturare vissuti, lavorare sullo strumento scrittura, serve a dare nuova definizione agli eventi. Una nuova vita, come nuovo è il romanzo che ne uscirà.
Attraverso laboratori esperienziali basati sempre sulla scrittura, il cliente si riapproprierà delle sue scelte di vita laddove si è sentito sovrastare dagli eventi, riuscirà a capire il valore della scelta che ha compiuto. Riuscirà a riconoscere legami intenzionali tra le esperienze vissute affinché la storia acquisti coerenza e continuità.

Il prodotto finale del percorso diventa simbolo e stimolo per una responsabilizzazione del vissuto del cliente e assume anche una funzione attivante rispetto a strategie nuove (alternative e afferenti al mondo delle arti) da poter riutilizzare nel proprio quotidiano.
Riaprire un copione già scritto per descrivere scenari possibili, in cui la parola FINE è diretta scelta del suo attore/autore e come tale ne può riscrivere il finale.



Per chi volesse approfondire l’argomento, vi consiglio di proseguire la lettura…


APPROFONDIMENTI TEORICI E BIBLIOGRAFICI
I recenti approcci biografici e narrativi mostrano come proprio la narrazione sia un elemento centrale nella vita dell'uomo. La narrazione individuale di storie genera l'organizzazione mentale di una biografia personale che, adeguatamente intrecciata con le storie di altre vite, contribuisce a donare un senso alle proprie esperienze ed alla propria esistenza. 
E’ letteratura condivisa che molti psicoterapeuti individuano nell’attività del narrarsi il fulcro del processo terapeutico. Per questi, l’uomo costruisce e ricostruisce i propri mondi narrandoli. Si può dire che essi abbiano scoperto l’importanza fondamentale che il narrare riveste nella continua ridefinizione di un’identità. La terapia viene così vista come un racconto, come un romanzo, come un’opera d’arte.
"L’intera attività terapeutica è in fondo questa sorta di esercizio immaginativo che recupera la tradizione orale del narrare storie: la terapia ridà storia alla vita". (J.Hillmann).
Polster e Hillman vedono la psicoterapia come un processo estetico - artistico. Il terapeuta deve usare gli stessi criteri selettivi e costruttivi che usa uno scrittore nel produrre una storia, allo scopo di aiutare il cliente a "ri-scrivere" la sua biografia. È in questo modo che all’interno del setting si produce una storia di cui terapeuta e cliente costituiscono i co-narratori. Tale prassi d’intervento è sostenuta dalla "scoperta" teorica di un modo specifico di funzionare della mente: il pensiero narrativo.
Una volta assunto che la narrazione può costituire un veicolo di cambiamento, è lecito notare come ci siano narrazioni (modi di rappresentarsi) più efficaci di altre; spesso non è sufficiente un semplice narrarsi per promuovere un cambiamento.
E’ per questo che l’approccio della scrittura creativa clinica vuole giungere ad un nuovo modo di integrare narrazione nella scrittura e psicoterapia. Ciò che si vuole intendere non è una narrazione fine a se stessa, ma la sua trasposizione. Una scrittura che diventi il “prodotto catartico” di una nuova elaborazione co-costruita che finisce per ridare senso a eventi sconnessi.
La scrittura ha il compito di responsabilizzare il cliente nel suo percorso. Nella rilettura si può sottolineare un momento emotivo che è stato presente, ma che è passato. Compito che in terapia è dello psicoterapeuta, quello di sottolineare snodi essenziali su ci lavorare. Invece, in un processo di questo tipo, il cliente viene attivato e responsabilizzato su una componente che potrebbe essere delegata al terapeuta.
Tale operazione non nasce comunque esclusivamente dall’esigenza di raccontarsi all’esterno, bensì dalla necessità di dare un senso a ciò che ci accade, di collegare i diversi eventi che costellano la propria esistenza lungo una dimensione sia temporale che spaziale. Nasce dal desiderio di raccontare a se stessi.
Oltre ad essere un essenziale strumento relazionale quindi, la narrazione rappresenta anche, e soprattutto, la via attraverso cui dare forma alla propria identità.
L’elaborazione dei fatti in storie o "racconti personali" è necessaria perché le persone diano un senso alla loro vita, perché acquistino un sentimento di coerenza e continuità. Creando dei legami intenzionali tra le esperienze vissute. Non si può prescindere dal concetto di intenzionalità in quanto, nel costruire storie, le persone determinano, oltre al significato che attribuiscono all’esperienza, anche quali aspetti dell’esperienza vissuta vengono selezionati per l’attribuzione del significato.
Narrare quindi, nella scrittura, una nuova storia, che dia significato a tutto quello che il cliente non è riuscito a capire nel susseguirsi di eventi della sua vita. Il terapeuta come co – narratore e allo stesso tempo fruitore. Entrambi come attori di una stessa rappresentazione. L’identificazione del terapeuta con la figura di un "cercatore di storie" sembra essere particolarmente calzante.
L’attività narrante quindi si completa e acquista senso solo se c’è un ascoltatore della narrazione. All’intenzionalità di chi racconta è sempre indispensabile che si leghi l’intenzionalità di chi sta ascoltando quel racconto.
All’interno della relazione psicoterapeutica si viene a creare tra cliente e terapeuta una polarità narratore-ascoltatore della narrazione. Tale polarità necessita dell’intenzionalità di entrambi per dar vita ad una costruzione narrativa che li coinvolga in quanto attori della relazione.
Per tutto il percorso della terapia cliente e terapeuta lavorano su realtà narrative che il cliente stesso crea rendendole racconti. Al terapeuta non interessa se quelle realtà siano "veramente" accadute oppure no; ciò che a lui interessa è la ricostruzione che il cliente fa di ciò che è avvenuto.
Compito del terapeuta è quello di entrare nel mondo ipotetico del "come se" del cliente, nelle sue diverse ricostruzioni ed ascoltare il nascere di connessioni con la sua storia.
"Ricostruire una storia diviene dunque un costruire insieme un tratto di vita, rimodellare parti di sé, delle rappresentazioni della propria identità e del proprio contesto sociale" (Venturini). Significa dare origine ad un racconto nuovo che, in quanto condiviso, crea un confronto all’interno del quale il terapeuta si muove verso un obiettivo: facilitare la persona nell’assunzione di responsabilità, aiutarla a rischiare possibilità diverse, ad aprire un copione di vita che si ripeteva sempre nello stesso modo. La aiuta a riaprire il finale, in un certo senso, in quanto gli offre la possibilità di togliere la parola fine. E’ proprio in questo senso che si può parlare di narrazione creativa.

LA SCRITTURA CREATIVA CLINICA
La scrittura creativa clinica si pone come obiettivo quindi di ricostruire le storie personali attraverso un processo estetico – artistico, basandosi su regole che hanno a che fare con la scrittura professionistica e la psicoterapia propriamente detta. La scrittura come veicolo di cambiamento. Come valore aggiunto della terapia. La scelta di proporre una metodologia nuova nasce dall’esigenza di raccontarsi: un processo interno cha apparentemente nasce da un’esigenza esterna, quale desiderio narcisistico che finisce col celare un bisogno profondo di conoscersi meglio.
Le tre parole chiave in questo processo diventano: coerenza, continuità e intenzionalità. Ciò che interessa agli operatori del processo è la realtà narrativa, affinchè si discosti da una semplice anamnesi. La via attraverso cui dare forma alla propria identità. Potremmo chiamarla una continuità innovativa, che ridà un senso alla propria cultura e ai propri valori ma ristrutturandoli secondo una propria visione personale, rielaborata nel setting terapeutico.
Si dà vita ad un intreccio tra realtà narrativa e realtà storica, per mezzo del “come se”. Più il racconto è coerente più elevata sarà la possibilità di confondere realtà narrativa e realtà storica con la realtà vissuta. Si entra nel mondo ipotetico del “come se” del cliente (il mondo emotivo) nelle sue diverse ricostruzioni ascoltandone il nascere di connessioni con la sua storia.
Tramite questa metodica si pensa anche allo svincolo psicoterapeutico. Infatti spesso il cliente in psicoterapia si sente vittima di un sistema che lo ha schiacciato. La scrittura serve a responsabilizzare, aiuta a rischiare (rischio e alternativa per rompere gli schemi rigidi) creando alternative possibili. Con la scrittura, attraverso qualcosa di simbolico, il cliente si può sperimentare in un rischio senza la paura di viverlo veramente. E’ qui che la creatività assume la sua funzione terapeutica. Per uscire fuori dagli schemi rigidi che rinchiudono, per meglio affrontare la quotidianità. Riaprire un copione di vita che si ripeteva sempre uguale. Nel togliere la parola fine si può cambiare il finale.
Compito della scrittura creativa clinica è proporre una consapevolezza di sé che porti un bagaglio di strumenti da utilizzare nei momenti di difficoltà che nella vita si possono affrontare (lo svincolo dalla terapia).
Vista in quest’ottica anche la patologia viene considerata come una particolare struttura narrativa e la terapia come un intervento su di essa.


STRUMENTI
  • Scrittura creativa. L’espressione “scrittura creativa”, da alcuni anni si è diffusa in Italia nel campo degli studi e delle pratiche letterarie e della comunicazione (De Mauro et al., 1996), e solo da poco tempo nel campo delle arti terapie grazie ai recenti avanzamenti della psicologia narrativa, della biblio-terapia e delle ricerche applicative di psicosemiotica. Il laboratorio di scrittura in quanto setting specifico di lavoro pratico e teorico, è l’elemento che prima di tutto caratterizza le applicazioni della scrittura creativa. La pratica della scrittura creativa si pone come momento privilegiato di apprendimento e conoscenza del sapere letterario e del proprio mondo esperienziale. Nel laboratorio la procedura trova una sua immediata applicazione attraverso esercitazioni guidate di scrittura, lettura e ri-scrittura di testi: le tecniche creative, il confronto, la ricerca dello stile, i diversi generi, predispongono un percorso formativo specifico (Gaudiano, 1994; Carver, 1997). Nel laboratorio di scrittura creativa l’attenzione dell’operatore è paradossalmente concentrata sugli aspetti qualitativi della scrittura come testo letterario, anche se il fine può essere terapeutico. Per questo è importante che in sede clinica, il consulente di scrittura creativa si affianchi al terapeuta, possedendo una specifica competenza letteraria, conoscendo e praticando abitualmente la testualità e la scrittura ed essendo in grado di valutare i contenuti e i processi che si affacciano nel testo (Cavarero, 1997). Il contenuto psicologico, la forma testuale, lo stile, non sono indipendenti. 
  • Psicoterapia integrata di matrice relazionale. La psicoterapia Sistemico-Relazionale vede il disagio psichico come il risultato di uno squilibrio che si crea nei sistemi in cui l’individuo vive le proprie relazioni significative (tipicamente la coppia, il nucleo familiare, la famiglia allargata).Tale squilibrio genera tensioni emotive che possono condurre al sintomo, visto in questa ottica come l’espressione di una disfunzione delle relazioni, metafora del conflitto psichico che si cela nell’individuo. Pertanto l’individuo attraverso il sintomo si fa portavoce di una istanza che coinvolge in realtà i vari componenti della famiglia. Gli strumenti utilizzati sono l’analisi della posizione della famiglia e dell’individuo rispetto al proprio ciclo vitale, ovvero l’individuazione dei cambiamenti nodali che i membri hanno affrontato o stanno affrontando lungo la storia familiare, l’analisi delle modalità comunicative fra i vari membri, l’acquisizione e la definizione dei vari ruoli e la delimitazione dei confini tra le generazioni, l’analisi del significato che il sintomo porta nel sistema famiglia.



Bibliografia
· Demetrio D., Raccontarsi. L'autobiografia come cura di sé, Milano, Raffaello Cortina, 1996· Hillmann J., 1984, Le storie che curano, Cortina Ed.
· Erving Polster, Ogni vita merita un romanzo. Quando raccontarsi è terapia, Casa Editrice Astrolabio, 1988
· Marie Cardinal, Le parole per dirlo, Bompiani, 2003.
· Verena Kast, Le fiabe che curano. Racconti popolari e psicoterapia. Edizioni red!, 2006
· Vincenzo Guarracino, Psicoterapia, un nuovo modo di raccontarsi, Idelson Gnocchi, 2000
· Michel Foucault, La cura di sé, Milano, Feltrinelli, 1984.
· Italo Calvino, Lezioni americane, Oscar Mondatori, 1985
· Alejandro Jodorowsky, Psicomagia: una terapia panica, Feltrinelli, 1997
· Bruno Bettelheim, Il mondo incantato, Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe, Feltrinelli, 1997
· Margherite Yourcenar, Memorie di Adriano, Giulio Einaudi, Torino, 1963
· Steward Ian, Joines Vann, L' analisi transazionale. Guida alla psicologia dei rapporti umani. Garzanti libri, 2000
· Ginger S. con la collaborazione di Ginger A., La Gestalt, Terapia del Con-tatto emotivo. Ed. Mediterranee, Roma, 1990
· Eric Berne, "Ciao!"..e poi?. La psicologia del destino umano. Bompiani editore, 1979
· O. Sacks, L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello, Milano, Adelphi, (tr.it.), 1986
· Oliviero Rossi, Serena Rubechini, Le immagini autobiografiche: una via narrativa alla percezione di sé, "INformazione Psicoterapia Counselling  Fenomenologia", n°4 novembre - dicembre 2004, pagg. 14-23, Roma
· Bruno Schettini, La pratica autobiografica come cura di sé lungo il corso della vita, in www.educazione-degli-adulti.it
· Monica Monaco, il metodo biografico, www.benessere.com
· Lucia Guzzardi , La narrazione come strumento di formazione, "INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria", n° 41- 42, settembre - dicembre 2000 / gennaio - aprile 2001, pagg. 114 - 119, Roma
· Rolando Ciofi, Charlie John Mantechi, La cura scritta - Verso un approccio riflettuto alla psicoterapia on line, www.vertici.com
· Andrea Seganti e Francesca Policante, La narrativa autobiografica come costruzione dell'identità. Le funzioni della narrazione, www.psychomedia.it
· Sara Della Giovampaola, Il contributo scientifico internazionale della Psicologia allo studio della narrazione, "INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria", n° 40, maggio - agosto 2000, pagg. 68-77, Roma"
· Miller Mair, Kelly, Bannister e una psicologia che racconta storie, www.oikos.org
· Maria Serena Di Gennaro , Soggettività e costruzione dell'identità individuale: l'approccio autobiografico, www.analisiqualitativa.com/magma/0202/articolo_04.htm, m @ g m @ vol.2 n.2 aprile/giugno 2004
· Antonio Ferrara, Il cliente si racconta, "INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria", n°38-39 settembre-dicembre 1999 – gennaio aprile 2000, pagg. 38-47, Roma
· Arturo Mona, Ipnosi e narrazioni: il costruttivismo nella psicoterapia strategica, Articolo pubblicato sulla rivista "Quale Psicologia", GIugno 2000, FrancoAngeli, Roma.
· Michele Cavallo, La via delle arti, in corso di stampa su: "INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria" n. 34)
· Michela Galzigna, Terapie e Narrazioni, www.pol-it.org
· Bruno Callieri, Dall'anamnesi al racconto: analisi esistenziale e/o analisi narrativa?, pubblicato in: "Informazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria", psichiatria n. 38 - 39, Roma settembre – dicembre 1999 gennaio aprile 2000, pp. 2 – 9
· Giorgio Boratto, SCRIPT. Il destino inconsapevole, Ovvero l'inganno dell'evoluzione, in www.boratto.it
· Carlo Cappa, La narrazione di sé ed il silenzio in Deleuze e Beckett, www.testoesenso.it
· Claudio Naranjo, Narrazione e Mito (I parte), "INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria", n° 40, maggio - agosto 2000, pagg. 2-7, Roma", www.in-psicoterapia.com
· Claudio Naranjo, Racconti popolari, Favole Didattiche e Miti,"INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria", n° 43, maggio agosto 200 , pagg. 66 - 80, Roma", www.in-psicoterapia.com
· Anca Iovan, Italo Svevo e la letteratura come "terapia" del "male di vivere", Annuario. Istituto Romeno di cultura e ricerca umanistica 3 (2001).

lunedì 13 gennaio 2020

CHI SONO I MAMMI?


Come il ruolo del padre si è modificato nel tempo

MAMMI?
Ci si imbatte sempre più spesso in una parola, coniata ad hoc per evidenziare come i ruoli genitoriali siano in mutazione: i MAMMI.
Sicuramente questa definizione nasce dal presupposto che il compito dell’accudimento dei bambini è da sempre relegato al ruolo materno: la mamma educa i figli, sta in casa con loro e li segue nella crescita. Questo è il nostro retaggio culturale che spiega il perché un uomo venga chiamato “mammo” se si occupa dei propri figli.
Io penso che sia discriminante una tale affermazione, perché sembra precludere ai padri la possibilità di accudire i propri figli, per paura di “femminilizzarsi”.
Spesso le mamme affermano che hanno dei mariti che li aiutano nella gestione della prole, ma anche questo è inesatto, perché il padre sta esercitando semplicemente la sua paternità, non aiutando la mamma nel suo compito esclusivo. Non è un aiuto, ma sua responsabilità.
Quindi se partiamo da questo presupposto, la parola “mammo” è alquanto inesatta e confondente.
E poi non dimentichiamoci che una mamma non smette di essere mamma, solo perché lavora. Non c’è un posto vacante da riempire per un “mammo”, ma ci può essere un padre che si occupa di accudire i figli, per un tempo più lungo della giornata.

RUOLI GENITORIALI
Non si tratta tanto di definire i compiti, quanto di strutturare dei ruoli. Un padre può anche cambiare un pannolino, fare da mangiare, mettere a letto il proprio figlio, ma non deve confondere il suo ruolo con quello della mamma. I figli hanno bisogno di padri e di madri stabili, che sappiano essere lì per loro.
Parlavamo della definizione di “mammo”, che spesso confonde e non rende merito al ruolo di questi padri. Il papà-mammo non funziona, perché un padre non deve essere una cattiva imitazione della mamma, ma i ruoli tra padre e madre devono mantenere comunque le proprie identità, al di là del tempo che si può passare con i figli.
La madre ha un ruolo accudente e premuroso, il padre va verso l’esplorazione del mondo e sa osare, cosa che la madre fatica a fare. Ruoli complementari e stabili, pur nella flessibilità di azione, che sappiano modularsi in base alle esigenze dei figli.
Quindi un padre che si occupa a tempo pieno dei figli, mentre la moglie lavora, non deve perdere comunque la sua peculiarità di padre. Non è una femminilizzazione, ma semplicemente una ripartizione dei compiti tra genitori che viene fatta non sulla base di un modello precostituito, ma sulle esigenze lavorative o della coppia.

PADRI CONSAPEVOLI, MODA O NECESSITA’?
Penso che i padri di oggi siano molto più consapevoli e meno deleganti di un tempo. Si sentono padri che agiscono il loro ruolo e non più spettatori passivi, ma responsabili a pieno dei loro figli e della loro educazione.
Naturalmente nasce tutto da come in coppia si vive l’arrivo del nuovo nato e di come si ha la capacità di condividere i piaceri e gli oneri di tale condizione. E’ indubbio comunque che anche culturalmente si vada verso una società che sdogana le donne dal ruolo esclusivo di mamme e apre la strada a nuovi modi di vivere la genitorialità.
Non penso che sia una moda, ma spesso ci sono situazioni contingenti che spingono verso questa ripartizione di compiti. Il lavoro perde sempre di più la caratteristica di stabilità e catapulta le famiglie, per necessità, verso forme alternative di gestione. La precarietà porta spesso padri a rimanere senza lavoro o a reinventarsi in lavori alternativi all’interno delle mura domestiche. In tal caso, diventa più facile essere a disposizione dei figli.
Ma ciò che spesso nasce per necessità, si può rivelare anche un’opportunità per questi padri di scoprire un modo nuovo di vivere la paternità.

UNO SPAZIO PERSONALE POSSIBILE
Penso che una mamma debba sempre ritagliarsi degli spazi personali, in ogni caso: o che sia una mamma a tempo pieno o che sia una mamma lavoratrice. Uno spazio personale aiuta a ritornare in famiglia più carichi e meno frustrati. Infatti è più piacevole una mamma che si concede uno svago ogni tanto e che ritorna sorridente dai suoi figli e non una mamma che non si stacca mai da loro, per puro spirito di abnegazione, e che poi riversa sui figli il suo scontento.
Quindi se la coppia è in grado di ripartire equamente i compiti e di aiutarsi vicendevolmente, lasciando spazi personali per entrambi, tutta la famiglia ne beneficerà.

COME LA METTIAMO CON L’AUTORITA?
Ci rifacciamo a quanto detto in precedenza: ognuno deve riprendersi il suo ruolo. I padri non devono avere paura di esercitare la loro autorevolezza, perché creeranno un modello nei figli che non è forte e stabile. I figli hanno bisogno di regole per sentirsi sicuri e capire qual è la giusta via, e i padri devono loro indicarla, senza compiacerli e senza timore di deluderli.
Spesso si confonde il dialogo con le regole. Non sono in antitesi, ma devono coesistere: un papà che dialoga con i suoi figli è lo stesso che mette dei paletti nel momento in cui crede che sia giusto farlo.
I padri devono riappropriarsi di questa autorevolezza per dare sicurezza ai loro figli e diventare quella guida competente di cui hanno bisogno.

sabato 28 dicembre 2019

FESTE NATALIZIE - COME SOPRAVVIVERE




Stress da Natale
Le corse ai regali, le riunioni familiari, lo stop dal lavoro, la voglia di riposo: un mix esplosivo che può far aumentare la tensione sotto il peso delle aspettative. Infatti spesso, proprio il Natale, diventa il palcoscenico in cui mettere in scena la propria ospitalità, che spinge a dover dimostrare qualcosa a livello familiare e sociale.

Il Natale è un momento legato alla tradizione, che riunisce la famiglia e che di solito ha abitudini consolidate su più generazioni. Diviene quindi il pretesto per esprimere un senso di appartenenza che si esplica nei suoi rituali. 

La quotidianità viene perturbata da abitudini diverse che diventano caratteristiche del periodo natalizio. L’ansia si genera dal doversi conformare a tali riti anche se si discostano da abitudini più personali. Ma proprio per l’unicità di questo periodo, che ricorre una volta l’anno, si mettono da parte le proprie remore e ci si concentra sulla tradizione e su tutto quello che comporta: "d’altronde una volta l’anno si può fare lo sforzo".

Oltre alle riunioni familiari, è il momento dei buoni propositi e dei bilanci di fine anno: l'ansia aumenta proprio perchè iperinvestiamo in qualcosa che è inusuale rispetto al resto dell’anno. 
Infatti se si è abituati ad accogliere nella propria casa amici e parenti, non ci si spaventerà certo di farlo a Natale. Ma i ritmi odierni, spingono sempre di più verso stili di vita più solitari, in cui la convivialità diventa un ulteriore impegno che si aggiunge a quelli quotidiani e per questo, messa da parte.

Per questo il Natale riveste un’importanza che va ben oltre il significato religioso e diviene un appuntamento fisso di incontro in cui concentrare una vita familiare o sociale frammentata.

Non dimentichiamo poi, che oggi l’aspettativa sul Natale aumenta la sua complessità, anche perché si deve confrontare con la realtà di famiglie allargate, genitori separati, famiglie monoparentali, che utilizzano questo periodo per mostrare una pseudo-normalità che trova ancoraggio nella tradizione.

Inoltre queste riunioni familiari possono diventare l’occasione per affrontare questioni irrisolte, che non trovano uno spazio nella vita di tutti i giorni.

E poi c’è la corsa ai regali che diventa un ulteriore motivo di stress, più che un piacere: si ha poco tempo e, in quel poco tempo, si deve trovare il regalo giusto, al prezzo giusto. Ciò può generare una frustrazione dovuta al peso che vogliamo dare a quel regalo, che invece di essere un dono, diviene un modo per dimostrare qualcosa di noi stessi.

Inoltre spesso ci può essere un’aspettativa legata al riposo, ma la frustrazione sale quando il calendario diviene fitto di impegni e reunion.

Consigli per sopravvivere alle feste natalizie
Io direi che il segreto per vivere un Natale meno stressante è uscire dal vincolo di tradizioni familiari transgenerazionali rigide, per riscoprirne altre che fanno emergere i reali bisogni, e che creano nuove abitudini natalizie.
Passiamo il Natale con chi vogliamo invece di rispettare una tradizione che non sentiamo nostra e che comporta stress. La tradizione si può esprimere in mille modi, magari più confacenti al nostro stile di vita: mediamo tra passato e futuro.

Sicuramente può aiutare ritrovare il vero spirito del natale, cercando di viverlo in maniera autentica, e cercando di fare solo ciò che ci si sente di fare, senza inutili imposizioni e passandolo con le persone affettivamente vicine, che siano o no familiari.
Certo può capitare di non riuscire a mediare tra nuovi e vecchi schemi familiari. In tal caso è meglio prendere posizioni più nette: magari partire per staccare con tutto, per vivere un natale diverso e lontano dallo stress.

E poi ricordarsi che le riunioni familiari possono essere fatte non solo a Natale e che il Natale non è il pretesto per affrontare questioni familiari irrisolte. Questo abbasserebbe di molto lo stress legato a questo periodo.

Per quanto riguarda i regali, dovremmo farli solo a chi lo desideriamo davvero e magari darci un budget per tutti, rendendolo un gesto simbolico e mirando al fatto che siano emotivamente adeguati e non solo costosi.

E poi ricordiamoci che non deve essere tutto perfetto, ma svincoliamoci dalle aspettative e cerchiamo di organizzare qualcosa in collaborazione, nel vero spirito del Natale, senza sovraccaricarci e senza dover dimostrare nulla, con il semplice scopo di viverlo in armonia.

Se riusciamo a farlo, anche i nostri figli potranno beneficiare di un momento di condivisione e di incontro, che non sia solo consumistico.




giovedì 19 dicembre 2019

IL BURNOUT PUO' UCCIDERE. ECCO COME DIFENDERCI.

Lo Stress da Lavoro a lungo andare conduce al Burnout, un vero e proprio esaurimento delle risorse psicofisiche.


In questi giorni ha destato scalpore il caso di Caterina Glorioso, militare di 30 anni, trovata morta nei bagni della stazione della metro A Flaminio di Roma. 

Non si conoscono i motivi di questo gesto estremo, ma ci sono dati che ci dicono che i suicidi tra le forze dell'ordine sono in aumento, sia in Italia che in altri paesi europei. 

Tra il 2010 e il 2018 ci sono stati ben 252 casi di suicidio. Nel 2019, a fine settembre, sono stati registrati 46 casi ancora in aumento. 
Tra le cause individuate, ci sono la depressione e la sindrome di burnout relativa a turni pesanti e all’ aumento degli impegni, richiesto agli agenti per la sicurezza collettiva.


In effetti, non solo in campo militare, lo Stress da Lavoro è una vera e propria emergenza, tanto da essere considerato dall’OMS come una malattia nel vero senso della parola. 
Nello specifico si usa il termine Burnout, che fino ad oggi è stato utilizzato solo nel campo delle professioni di aiuto, per indicare un forte stress emotivo legato alla frustrazione di non ottenere i risultati sperati, nonostante le buone pratiche. E' un logorio psicofisico ed emotivo, con vissuti di demotivazione, di delusione e disinteresse con concrete conseguenze nella realtà lavorativa, personale e sociale dell’individuo. 
Questo concetto può essere anche preso in considerazione in un contesto lavorativo generico in cui il senso di frustrazione sale, in relazione al senso di ingiustizia percepita e allo stress correlato al lavoro, non vissuto come gratificante. 

Oltre ai parametri clinici generici per individuare i sintomi del Burnout, non c’è un metro oggettivo che valuta la condizione in cui si possa innescare: è sempre una percezione soggettiva, determinata da come il soggetto interessato vive il contesto professionale, quale emozioni mette in campo e quanto di sé investe in quel lavoro. Capiamo bene che da questi elementi si strutturano aspettative, riconoscimenti, definizione di parti di sé che potrebbero non trovare conferma nella posizione lavorativa coperta. 
E questo si può verificare anche nella perdita del lavoro, vissuta come frustrazione estrema che porta ad un senso di fallimento generalizzato a tutti i contesti di vita.

VEDIAMO COSA FARE IN CASO DI BURNOUT

6 strategie per fronteggiarlo: 

1. Sicuramente cercare alleati nel contesto lavorativo, non isolarsi. Ciò aiuta a ridimensionare la frustrazione e non sentire il senso di solitudine e di ostracismo;

2. Inoltre è molto utile affidarsi alla rete relazionale in cui si è inseriti e cercare sostegno in essa. Trovare il modo di comunicare ciò che si prova, non soltanto per non sentirsi soli, ma anche e soprattutto per avere un confronto obiettivo e consapevole, che faccia sentire l’interessato compreso e che le reazioni che sente, non sono esagerate;

3. Cercare un modo di trovare un beneficio nel lavoro percepito come logorante: un benefit o comunque qualcosa che abbia un effetto compensatorio. Infatti se si esce dalla logica della frustrazione e si percepisce ciò che il lavoro regala di gratificante, si abbassa il livello di stress, pur se le dinamiche primarie rimangono scoraggianti;

4. Un altro modo per fronteggiare il Burnout è diversificare, non impegnando tutte le proprie risorse in quel lavoro frustrante, ma investire in altri contesti più gratificanti e che comunque definiscono parti di sé importanti;

5. Dedicare almeno una mezz'ora al giorno alla meditazione. Abbassa i livelli di esaurimento, riduce il tasso di assenteismo, incrementa la concentrazione;

6. Infine non vergognarsi di quello che si sta vivendo e rivolgersi ad un professionista può aiutare a cambiare diametralmente prospettiva sia nel lavoro che al di fuori. 



IL FLOP DELLA SCUOLA A DISTANZA

Stiamo uscendo dal Lockdown dovuto alla pandemia da Coronavirus ed è tempo di bilanci soprattutto per la scuola, che si è trovata, di co...